Il dibattito in corso
17 Dicembre 2018

Generi letterari

Estinzione o sopravvivenza?
Savio Davide

La prima, profonda spaccatura tra un’età classica della letteratura e una moderna si ha forse durante gli anni del Romanticismo, quando sulla querelle ormai tradizionale tra Anciens e Modernes, avviata nella Francia del tardo Seicento, si innesta una scommessa senza precedenti sull’individuo in quanto tale: portatore di una visione originale del mondo, unica e irripetibile. Negli anni in cui la borghesia impone la propria centralità nel panorama europeo, sgombrando dalla scena le macerie dell’antico mondo feudale e aristocratico, i suoi figli ribelli affermano che il soggetto viene prima di ogni altra cosa, mandando in crisi un principio che aveva sostenuto la tradizione letteraria per secoli: quello dell’imitatio, secondo cui l’arte non può che riprodurre modelli già forniti in partenza, le forme e gli stili esemplari che i nostri padri hanno codificato e ci hanno tramandato. A partire dalla suddivisione della materia in generi letterari ben determinati, tale per cui, se vogliamo mettere in versi liricamente il nostro amore, dovremo servirci del sonetto e raccoglieremo un canzoniere; se abbiamo tra le mani una storia di cavalieri erranti, impiegheremo l’ottava e pubblicheremo un poema; se vogliamo trattare temi di alto impegno civile, ricorreremo preferibilmente alla canzone. La produzione-chiave di questa lunga età della cultura è l’ars poetica: un intervento legislativo che, fin dal precedente illustre di Orazio, si propone di regolamentare il cosa e il come scrivere.

 

Nulla più accade di tutto questo, alle soglie dell’Ottocento: il genio è libero, la sua fantasia non imita, ma crea il proprio abito estetico. Già prima del Romanticismo, almeno a partire dal Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, la modernità aveva trovato la sua forma nel romanzo, vera somma di tutti i registri e di tutti gli stili, spazio della trama e soprattutto della digressione, genere-leviatano che si sarebbe mangiato tutti gli altri generi, assimilandoli e trasformandoli radicalmente. Non è un caso che chi, come Alessandro Manzoni, provò a stabilire per via di ragionamento cosa fosse legittimo nel romanzo, sostanzialmente finì per smentire con la propria stessa pratica le istanze teoriche, come emerge dall’incongruenza tra il discorso Del romanzo storico, e, in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione e I promessi sposi. Semmai, nel Novecento, assistiamo al paradosso che gli interventi normativi più decisi provengono dalle Avanguardie, cioè da quei movimenti che vorrebbero radere al suolo la tradizione e così liberare la creatività dell’artista moderno. Pensiamo solo alla messe di manifesti prodotta dal Futurismo, che si proponeva di tracciare una rotta per la pittura, per la musica, per la scultura, per la letteratura, ma anche per la donna, per la lussuria, per la politica. Persino la Neoavanguardia, nonostante la feroce iconoclastia nei confronti del linguaggio e la sua compromissione ideologica, finì per elaborare un modello estremamente restrittivo di come si dovesse fare poesia (in negativo: eliminando la presenza dell’autore, la sintassi, il senso stesso delle frasi...).

 

Questo per quanto riguarda la storia della letteratura, anche quella recente. In realtà, a guardare lo scenario che si presenta oggi ai nostri occhi, le cose appaiono nuovamente cambiate. Mentre, in editoria, assistiamo al sostanziale svuotamento delle collane, strumento irrinunciabile per creare una qualsivoglia coesione di catalogo, dunque di visione del mondo, i generi sembrano tornati prepotentemente alla ribalta: nel Duemila, e vale anche per il cinema e le serie tv, tutto è giallo, oppure thriller, o commedia, azione, crime, fantasy, fantascienza, horror... Si può dire semmai che permane un atteggiamento tipicamente moderno, quella della contaminazione: nessun genere è puro, ma tende sempre più a uscire da se stesso e mescolarsi con gli altri (un fenomeno analogo a quello che accade nella musica, insomma). La sensazione è che qualcosa di profondamente nuovo stia nascendo, qualcosa che ci costringerà a ripensare le categorie cui siamo abituati. Per ora il linguaggio fa le capriole e parla di dramedy (un drama con momenti comici, o una comedy che accetta al suo interno la componente tragica della vita), oppure indica l’ultima frontiera della poesia in prosa come “prosa in prosa” (con l’inevitabile contraddizione in termini però che la definizione comporta). In questo senso, il secolo ventunesimo deve ancora trovare le parole che lo sappiano descrivere, e questa è una sfida che vale la pena raccogliere.

Savio Davide
Curatore del blog Letteratura.it